Coast-to-coast USA #1 – New York City

Il nostro viaggio americano parte ovviamente dalla Grande Mela, per anni il mio grande sogno… dico solo che quando l’aereo stava scendendo verso il JFK volteggiando sopra Manhattan ci ha regalato una meravigliosa vista del famoso skyline del Financial District stagliato sul tramonto che credo mi rimarrà fotografato in testa per sempre, e mi sono letteralmente commossa. Era solo l’inizio della nostra avventura, ma devo dire che la partenza è stata più che buona, gli orari in cui abbiamo viaggiato sono stati ideali e i voli confortevolissimi: partenza da Roma alle 13:50, quindi con tempo più che sufficiente per pranzare in aeroporto prima di imbarcarsi (la cena sarebbe stata servita a bordo nella tratta transatlantica) e per permetterci di alzarci la mattina a un orario umano e farci la nostra solita ora e mezza di treno pur arrivando a Fiumicino ampiamente entro le tre ore di anticipo richieste, breve scalo a Oslo di poco più di un’ora e arrivo a New York intorno alle otto di sera locali, quindi per il nostro organismo le due circa… nulla di diverso da fare un po’ più tardi la sera, con in più l’intrattenimento a bordo a farti passare il tempo.
La coda alla dogana l’ho vissuta come la cosa più estenuante che ricordi, ma sono certa che il mio stato fisico non proprio ottimale quel giorno (per fortuna non per il resto della vacanza!) abbia influito sulla mia percezione: il tempo reale è stato in effetti anche abbastanza ridotto calcolando che mi aspettavo controlli super-ferrei. Il mio stato fisico non al top è stato anche il motivo per cui abbiamo rinunciato all’idea di raggiungere l’hotel in metro, con il percorso che avevo calcolato da casa, ma ci siamo invece affidati a un taxi. È stata la corsa in taxi più cara dell’intero soggiorno, circa 50$ compresa la mancia, che comunque da quanto ho sentito è in linea con quanto normalmente richiesto per spostarsi dal JFK… nulla mi toglie dalla testa che c’era una via più diretta per il nostro albergo (Best Western Plus Arena Hotel), che si trovava su una delle vie principali a Brooklyn, quindi non c’era neanche il pedaggio per Manhattan da pagare, ma ero troppo stanca per mettermi a contestare qualunque cosa.
Il buon impatto con l’hotel, che nonostante un contorno un po’ scoraggiante è internamente impeccabile, mi ha rimessa al mondo: una buona dormita e nel giro di poche ore eravamo già pronti ad affrontare la nostra prima uscita newyorkese.

Giorno 1: Central Park, Fifth Avenue, Rockefeller Center e Musei

La sveglia è suonata in una mattinata grigia e che poco incoraggiava a una passeggiata nel polmone verde di Manhattan, che pure era tra le nostre idee per iniziare positivamente la giornata. Anche le previsioni avevano preannunciato pioggia a partire da dopo pranzo circa, quindi abbiamo deciso di attraversare alcuni dei luoghi simbolo di Central Park finché il tempo ce lo permetteva e rimanere in zona per infilarci in uno dei musei che avevamo comunque intenzione di visitare qualora avesse iniziato a piovere improvvisamente. Il programma ha funzionato: la metro (la stazione più vicina al nostro hotel, Nostrand Avenue, è sia una fermata della linea espressa A che della C. Abbiamo acquistato qui, alle macchinette automatiche, le nostre Metrocard con validità 7 giorni a 16$ ciascuna) ci ha portati direttamente alla 72 St., all’uscita di cui si staglia il tristemente famoso Dakota Building e l’ingresso al parco a pochi passi da un altro famoso “monumento” legato alla storia di John Lennon: Strawberry Fields, con il mosaico “Imagine” che commemora l’ex-cantante dei Beatles e che noi abbiamo trovato avvolto nelle note dell’omonima canzone, strimpellata da un chitarrista poco più avanti. L’atmosfera ovattata di prima mattina con pochissime persone e il sottofondo musicale ha creato un’atmosfera quasi magica.
Proseguendo la nostra passeggiata siamo arrivati al centro della Bethesda Terrace, con l’omonima fontana anch’essa quasi deserta se non per pochissimi turisti e un paio di locali seduti intorno a leggere un libro o a rilassarsi. Dopo un po’ abbiamo deciso di accomodarci anche noi, in un giardinetto più vicino all’uscita sulla Fifth Avenue e lungo le rive di un piccolo laghetto artificiale, per addentare un panino e goderci un po’ il verde prima di immergerci in una delle arterie più famose della città.
Abbiamo percorso la Quinta verso nord, dirigendoci verso il cosiddetto Museum Mile. La prima tappa è stato il Guggenheim Museum, all’incrocio con l’88esima est, che abbiamo scelto come primo museo anche per via di un minore afflusso rispetto agli altri, cosa che ci ha permesso di ritirare il CityPASS senza difficoltà. Il minore afflusso, oltre al pubblico più “di nicchia” e al fatto che venerdì non fosse il suo giorno di ingresso gratuito come invece al MoMA, era dovuto al fatto che ci fossero dei lavori di ristrutturazione in corso e gran parte delle esposizioni erano quindi state chiuse o spostate. L’impatto è stato quindi abbastanza tiepido per me, soprattutto visto che quanto rimasto da apprezzare a livello di collezioni non fosse il tipo di arte per cui generalmente stravedo, ma ammetto che comunque per quanto mi riguarda gran parte dell’interesse era dettato dalla struttura stessa, opera di Frank Lloyd Wright, e in quel senso non sono rimasta delusa… una parte di me pensa ancora che forse avremmo fatto meglio a impegnare quell’ingresso incluso nel CityPASS con il Top of the Rock, alternativa al Guggenheim, ma d’altra parte di viste panoramiche ne avevamo già comprese due dall’Empire quindi la vertiginosa che è in me ha decretato che potevamo accontentarci. Del Rockefeller Center abbiamo visitato solo la base, percorrendo la Fifth Avenue via bus (non so perché in molti mi avevano sconsigliato di affidarsi agli autobus a Manhattan: noi ci siamo trovati benissimo, soprattutto visto che le vie numerate permettono facilmente di orientarsi e capire quando è quasi ora di scendere) fino all’Army Plaza (in cui spiccano il famoso Plaza Hotel – quello di “Mamma ho perso l’aereo 2” – e la fontana che si dice abbia ispirato quella nella sigla di Friends), passeggiando poi verso la zona del Rockefeller Center e della meravigliosa Cattedrale di San Patrizio, dove abbiamo anche pranzato.
A questo punto ci siamo diretti verso Park Avenue per vedere dal vivo il Citygroup Center, all’incrocio tra la 53th e la Lexington, che avevamo visto in un documentario qualche settimana prima: sembrerà una cretinata ma ci aveva incuriosito la storia di questo grattacielo il cui progetto è stato modellato sulle richieste dei proprietari della chiesetta alla sua base, che ha portato a doversi ingegnare sopraelevando l’intero palazzo di circa 30 metri e facendo sì che tutti i suoi 59 piani poggino su solo tre enormi piloni.
Siamo poi tornati verso nord, stavolta sulla linea delle metro 4-5-6, scendendo alla fermata della 86 St. e riuscendo ad entrare al Metropolitan Museum, pochi isolati più giù, proprio mentre iniziavano a scendere le prime gocce di pioggia. È stata una fortuna avere ancora a disposizione gli ingressi ai musei l’unico giorno in tutta la vacanza in cui ha piovuto copiosamente, anche se immagino che la vista del parco dalle vetrate del museo (ad es. dalla caffetteria American Art, dove ci siamo accomodati a sorseggiare un caffè) sarebbe stata ancora più bella in una giornata di sole. Il Met è oggettivamente enorme e difficilmente si può riuscire a vedere tutto: noi gli abbiamo dedicato circa un paio d’ore più un po’ di pause qua e là e siamo riusciti tranquillamente a visitare tutte le collezioni che ci interessavano.
La tappa successiva, quando ha spiovuto un po’, è stato il MoMA, che il venerdì pomeriggio a partire dalle quattro offre la possibilità di entrare gratuitamente, quindi abbiamo voluto approfittarne visto che dei musei principali di NY era l’unico non compreso nel CityPASS. Qui abbiamo dovuto fare una fila impressionante, che girava letteralmente attorno all’isolato: ci abbiamo messo un bel po’ ma siamo riusciti a entrare e anche qui a visitare le sezioni che avevamo precedentemente selezionato, per quanto mi riguarda principalmente le collezioni di arte moderna comprendenti opere come le ninfee di Monet e la meravigliosa “Notte stellata” di Van Gogh, uno dei miei dipinti preferiti in assoluto.
Siamo rientrati a Brooklyn nel tardo pomeriggio esausti, abbiamo quindi deciso di rimanere in zona per la sera e per cenare e di riprendere l’esplorazione di Manhattan il giorno successivo.

Giorno 2: Liberty Island, Ellis Island, Financial District e Ground Zero

Giornata decisamente migliore fin dal risveglio, con un sole meraviglioso e temperature non proibitive che ci hanno spinti ad anticipare a oggi la gita in battello verso le due più famose isolette a largo della punta meridionale di Manhattan. Entrambe raggiungibili dalla zona del Financial District, con traghetti che partono regolarmente dalle 9.30 di mattina seguendo a rotazione il percorso Liberty Island-Ellis Island-Battery Park, si è trattato senz’altro di una delle mattinate più emozionanti dell’intero soggiorno newyorkese.
Per prima cosa siamo scesi con la metro a Fulton St., abbiamo cambiato per Broad St. e abbiamo fatto un breve giro per la zona di Wall Street, che essendo sabato era completamente deserta fatta eccezione per noi due e un gruppo di turisti che seguivano un walking tour. Dopo un’occhiata alla Trinity Church e una sosta lungo la via davanti al Charging Bull per la foto di rito, eccoci ad attraversare Battery Park verso l’imbarco dei ferry. La fila a quest’ora della mattina (nove e mezza circa, abbiamo preso uno dei primi traghetti) era decisamente esigua, abbiamo aspettato pochissimo prima di salire a bordo e soprattutto, avendo il CityPASS, abbiamo ritirato i nostri biglietti all’ingresso senza nessunissima attesa.
La traversata verso Liberty Island è stata piacevolissima, abbiamo preso uno dei posti sul ponte scoperto per fare qualche foto e, una volta arrivati, abbiamo ritirato le audioguide comprese nel prezzo per muoverci intorno all’isoletta, visita che in tutto porta via un’oretta comoda, non di più. I biglietti in nostro possesso non comprendevano l’ingresso all’interno della Statua della Libertà con accesso alla corona, che poteva essere acquistato separatamente, ma francamente noi non ce la siamo sentita di affrontare l’immensa scalata al secondo giorno di vacanza con il rischio di tenersi i muscoli delle gambe dolenti per il resto delle tre settimane.
Ci siamo imbarcati di nuovo, stavolta in direzione Ellis Island, altro emozionante tassello della nostra mattinata fuori sebbene per motivi del tutto differenti: l’Immigration Museum, anche questo compreso nel prezzo con tanto di audioguide, è stato una tappa davvero significativa, abbiamo visitato le stanze attraversate da milioni e milioni di persone guidate solo dalla speranza di una nuova vita e abbiamo sentito storie toccanti e altre estremamente tristi. Penso che per un italiano in particolare, vista la nostra storia passata di migranti, sia una visita indimenticabile e faccia un effetto davvero strano trovare l’elenco dei passeggeri di una nave salpata da Napoli con tutti quei nomi che potrebbero essere lontanissimi parenti nostri o di qualcuno che conosciamo. A questo proposito, mi mangio ancora le mani per non aver approfittato della biblioteca telematica del museo che permetteva, a un costo relativamente contenuto (circa 7$ se non ricordo male) di inserire il proprio nominativo e ricercare eventuali avi passati per quella stessa struttura decenni fa.
Le emozioni non si sono però fermate al Museo dell’Immigrazione, visto che subito dopo il rientro sulla terraferma e un pranzo veloce lungo Broadway ci siamo diretti a Ground Zero. Il Memoriale dell’11 settembre, quel parco con le due immense vasche che riportano incisi i nomi delle vittime del crollo delle Torri Gemelle, ma soprattutto il museo che porta nelle fondamenta di quei colossi di ferro e cemento che si sono sgretolati in quell’attacco terroristico ormai più di 15 anni fa dimostra come sia impossibile dimenticare e come la città non sia intenzionata a farlo. Ci sono luoghi del 9/11 Museum che mi hanno lasciato un enorme senso di vuoto, provo ancora il magone al ricordo di quel camion dei pompieri completamente distrutto, al pensiero di tutte quelle persone che hanno perso la vita quel giorno perché intrappolate nelle Torri o perché accorse a dar loro aiuto… eppure una tappa secondo me immancabile se si è in città per la prima volta.
Abbiamo saltato l’ingresso alla Freedom Tower perché eravamo un po’ stanchi e onestamente anche un po’ provati da questa intensa giornata, ci siamo però ripromessi di tornarci la prossima volta che verremo a New York.

Giorno 3: Empire State Building, Midtown East, Upper West Side e Times Square

Prima tappa della mattinata è stato uno dei grattacieli simbolo di Manhattan, ovvero l’Empire State Building, in cui avevamo diritto a due accessi nell’arco della stessa giornata grazie al CityPASS. Abbiamo usufruito dell’ingresso giornaliero fin da subito, approfittando di una giornata di cielo limpido che ci ha regalato una vista impagabile sia dalle finestre dell’80esimo piano ma, soprattutto, dal Main Deck all’86esimo.
Erano appena le nove quando abbiamo varcato l’ingresso e ci siamo ritrovati nell’imponente e maestosa lobby in stile art déco, dove gli impiegati in divisa ci hanno accolti e indirizzati al secondo piano. La fila era quasi inesistente e con il nostro pass siamo andati diretti a ritirare il biglietto valido per due entrate nella stessa giornata, abbiamo superato i controlli di sicurezza e, attraverso l’interessante mostra sulla sostenibilità (che però confesso di aver osservato solo con la coda dell’occhio in vari punti perché la voglia di salire era tantissima), siamo arrivati agli ascensori guidati dall’esterno dagli impiegati del palazzo. Prossima fermata l’80esimo piano, raggiunto in pochissimi secondi, dove troviamo un’altra mostra intitolata “Dare to Dream” e molta gente già accalcata intorno alle finestre. La vista è mozzafiato ma abbiamo ancora altri sei piani da salire, con un altro ascensore, per arrivare all’osservatorio a 360°, quello famoso con anche i binocoli. Vertigini o no, uno spettacolo da vedere (anche perché, a dirla tutta, le protezioni alte fanno sentire al sicuro perfino una paurosa cronica come me), nonostante il vento siamo rimasti lì fuori a scattare foto e a girare tutto intorno per almeno 20 minuti, fino ad avere le dita delle mani intirizzite ma quasi incapaci di staccarci da quel panorama.
Una volta scesi ci siamo fermati alla caffetteria alla base del palazzo per scaldarci un po’ con un bel caffellatte lungo, per poi ripartire e percorrere parte della Fifth Avenue alla volta della 42nd St., che abbiamo percorso in direzione East River fino al Palazzo di Vetro dell’ONU, fermandoci lungo la via a dare un’occhiata da vicino al Chrysler Building e sbirciando nella lobby. Dal complesso delle Nazioni Unite siamo tornati indietro in autobus per riposare un po’ le gambe, siamo scesi vicino alla Gran Central Station e siamo entrati a dare un’occhiata al maestoso interno, dall’atrio brulicante di viaggiatori visto in così tanti film e telefilm agli angoli più curiosi come la Whispering Gallery (Galleria dei Sussurri), in cui anche io e Lorenzo abbiamo voluto sperimentare questo effetto sonoro e ci siamo messi a due angoli opposti di questa ampia intersezione dal soffitto a volta bassissimo parlando direttamente verso il muro a tono relativamente basso: è stato divertentissimo sentirsi forte e chiaro, come se ci fosse un citofono. È incredibile quanto la gente si diverta con poco (noi in primis!) visto che non eravamo gli unici in attesa di fare una prova… e nel nostro caso ci siamo trovati anche lì per caso, ho avuto un flash che mi ha ricordato di questo posto solo quando, di passaggio, ho notato alcuni tizi faccia al muro che ridacchiavano vivacemente.
Dalla Grand Central ci siamo spostati in metro dirigendoci verso il Natural History Museum, che avevamo in realtà intenzione di visitare in un secondo momento ma una pioggerellina di passaggio ci ha scoraggiato dal proseguire a piedi all’aperto e abbiamo preferito dedicarci all’ultima attrazione compresa nel nostro CityPASS che non avevamo ancora depennato. Appena arrivati la fame si è fatta sentire, quindi abbiamo approfittato di uno dei punti di ristoro del museo prima di iniziare il giro. Devo ancora decidere se abbia apprezzato più questo o il Met tra i musei newyorkesi che abbiamo visitato, senz’altro l’estensione e la completezza delle sezioni del Natural History lo rendono una tappa quasi obbligata, specialmente se si hanno bambini (o compagni di viaggio come il mio, che impazziscono per gli scheletri dei dinosauri… d’altronde, se gli lasciamo spazio d’azione, credo ci sia un bambino amante dei dinosauri in ognuno di noi!).
Usciti dal museo il tempo si era notevolmente rimesso (per fortuna, già stavo rimpiangendo di aver scelto quel giorno per il doppio ingresso all’osservatorio dell’Empire!), quindi abbiamo potuto proseguire un po’ in autobus e un po’ a piedi percorrendo la Central Park West in direzione Columbus Circle, addentrandoci un po’ nelle vie interne all’altezza della 66th St. per passare davanti al Lincoln Center, che sapevo non avremmo avuto modo di visitare internamente stavolta ma che ci tenevo almeno a vedere da fuori per via della presenza, tra le altre, di istituzioni come la Metropolitan Opera House e la Julliard School of Music, che andavano a stuzzicare la mia passione per le arti e il mio passato (remoto) nella danza.
Da Columbus Circle siamo ripartiti in metro direzione Brooklyn, per concederci un paio d’orette di riposo in albergo prima di ripartire per cenare a Manhattan, nella vivacissima zona di Times Square e del Theater District, dove siamo stati accolti dai celebri schermi a led e da una miriade di luci che inebriano i sensi.
La nostra passeggiata serale è stata per forza di cose alquanto breve, visto che nonostante il cielo limpido le temperature erano scese notevolmente. Siamo quindi tornati all’Empire alle dieci in punto, orario a partire da cui è possibile sfruttare il secondo ingresso di giornata, pur avendo difficoltà a passare anche solo un minuto all’esterno del Main Deck dell’86esimo piano a causa del forte vento. Un’esperienza comunque memorabile vedere nuovamente quello skyline così caratteristico, stavolta illuminato contro il cielo notturno… peccato averne potuto godere perlopiù solo attraverso i vetri (comunque panoramici).

Giorno 4: Chelsea, Greenwich Village, Meatpacking District e Brooklyn Bridge

Il nostro ultimo full day a New York parte dalla 23rd St., dove la metro ci lascia direttamente al Madison Square Park, di fronte a un altro edificio simbolo di New York: il Flatiron Building. La sua caratteristica forma a incudine, per adattarsi all’angolo acuto formato da Broadway, è riconoscibilissima e vedere i suoi poco più di 90m di altezza immersi tra i grattacieli di Lower Manhattan fa quasi sorridere pensando che dalla sua costruzione al primo Novecento si è trattato nientemeno che del grattacielo più alto del mondo!
Iniziamo la nostra passeggiata proprio lungo Broadway fino a Union Square, dove prendiamo la 14th St. e poi la Fifth Avenue fino a Washington Square, cuore del quartiere universitario (e infatti troviamo la piazza pullulante di ragazzi in toga a scattarsi foto di fronte al famoso Memorial Arch con amici e parenti). Dopo un caffè e una merenda veloce in un locale della zona proseguiamo lungo le vie del caratteristico Greenwich Village, che personalmente ho adorato, con i suoi vialetti alberati, gli scalini di ingresso ai palazzi a schiera con le facciate completate dalle tipiche scale antincendio. In questa zona ovviamente non ho potuto esimermi dall’andare a cercare l’incrocio tra Bedford St. e Grove St., dove svetta l’edificio noto a tutti i fan della sit-com Friends come l’esterno del palazzo in cui vivono i protagonisti.
Muovendoci con i mezzi per comodità abbiamo raggiunto la West 14th, da cui siamo andati a prendere la High Line, una strada sopraelevata nata come linea ferroviaria poi riadattata a parco: un percorso piacevolissimo tra sprazzi di verde e panche di legno per rilassarsi al sole, con vista dell’Hudson River e punteggiata di chioschi per spuntini. Abbiamo passeggiato sulla High Line tra i palazzi del Meatpacking District fino a che la fame non ha chiamato, e siamo scesi sulla 23rd St. per andare a pranzare in un ristorante non lontano da lì.
Riguadagnate le forze con un pasto abbondante, è il momento per la passeggiata che aspettavamo di fare dal primo giorno, ovvero attraverso il più famoso ponte della città: il Brooklyn Bridge.
Abbiamo preso la metro C fino ad High St., Brooklyn, da cui ci siamo avventurati sul ponte. Abbiamo anche considerato di affittare delle bici da un punto di bike rental automatico poco lontano, ma non volevamo essere schiavi delle tempistiche di restituzione dall’altra parte del ponte e volevamo goderci la vista e la camminata ai nostri tempi e con tutte le pause che volevamo, quindi siamo partiti a piedi. L’attraversamento pedonale è per gran parte del tragitto rialzato rispetto alla strada per le auto e in alcuni punti è possibile vedere l’acqua sottostante attraverso le fessure delle assi, ma questo non mi ha scoraggiata e in una mezz’oretta scarsa eravamo nella zona del City Hall, con un miliardo di foto del ponte (e del vicino Manhattan Bridge) da letteralmente ogni angolazione possibile e un vago senso di tristezza all’idea che si avvicinava il momento di fare le valigie… ma c’era ancora tempo per un’ultima serata in centro.
Dopo esserci riposati un po’ in hotel abbiamo ripreso la metro scendendo stavolta a Columbus Circle e dirigendoci verso la 55th St. ovest, per cenare al McGee’s Pub (che i fan di una delle mie serie preferite, How I Met Your Mother, conosceranno come l’ispirazione per il MacLaren’s). Caso vuole (o meglio, lo sapevo ma non avevo messo in conto che avremmo potuto capitarci proprio quel giorno) che il lunedì sia ancora l’HIMYM Monday, anche ad anni dalla conclusione dello show, quindi tra le varie voci del menù era possibile anche ordinare piatti ispirati ai personaggi e agli episodi più celebri della sit-com. Una cena qui e un’ultima passeggiata tra le strade illuminate di New York è stato decisamente il saluto più adeguato a questa meravigliosa città.

Giorno 5: partenza

La mattina di martedì è dedicata fondamentalmente alle valigie e al check-out in albergo, dirigendoci poi verso il terminal di Port Authority, sulla 42nd St., in attesa della partenza del nostro pullman per Boston (alle due di pomeriggio, quindi con pranzo direttamente al bus terminal).

Durante i nostri 4 giorni abbondanti a New York Lorenzo mi ha detto un paio di volte che gli è sembrato di vedermi meno entusiasta di quanto si sarebbe aspettato, e forse è vero. Dopo quell’attimo di commozione sull’aereo ho attraversato le strade della Grande Mela senza emozionarmi per ogni minima cosa, la sensazione era di un posto che si conosce pur senza esserci mai stati prima, almeno non fisicamente: è come se in un certo senso stessi dando per scontato che New York fosse lì e che “mi stesse aspettando”, c’era familiarità in quelle vie e in quei palazzi. È una città che mi era stata descritta da amici in modi contrastanti, da chi la esaltava a un nostro amico che addirittura l’ha lapidariamente definita (e cito testualmente) “una grossa colata di cemento che puzza di piscio in ogni dove”… personalmente spero di non essere di parte visto che sognavo di vedere New York da anni, ma ho amato ogni minuto del nostro soggiorno, è davvero la città che non dorme mai e, nonostante le dimensioni, non mi sono mai sentita fuori posto, abbiamo imparato a padroneggiare i mezzi pubblici con incredibile facilità, in pochissimo tempo se si pensa alla complessità visiva del reticolato di bus e metro.
L’ho trovata una metropoli pulsante di vita e con tantissimo da offrire, davvero per tutti i gusti, e per noi decisamente il punto di partenza ideale per partire alla scoperta degli States.

Per info generali sul nostro coast-to-coast, torna qui.

1 Comment

  1. Che bello Ale!
    Hahah che voglia di vedere finalmente New York anche io!!! Prima o poi verrà anche il mio turno, e non mi farò scappare il palazzo di Friends 🙂

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