Coast-to-coast USA #3 – San Francisco

La città notoriamente più ventosa della costa occidentale non si smentisce fin dall’inizio, e dopo diverse ore di volo confortevole da Boston il nostro atterraggio viene lievemente ritardato proprio per via dell’eccessivo vento. Ma alla fine tutto ok, riusciamo a toccare terra e i nostri tre giorni nella bellissima San Francisco hanno inizio. Ero molto emozionata all’idea di visitare questa città e di scoprire le sue molte peculiarità, per quello ho insistito molto per inserirla nel nostro programma del coast-to-coast ed è tra quelle su cui sono rimasta fermamente ancorata al momento del taglia e cuci delle varie tappe per questioni di tempi e budget, e a fine vacanza anche Lorenzo è stato concorde nel proclamarla la più affascinante e particolare che abbiamo avuto modo di vedere nell’arco del nostro primo viaggio statunitense.

L’arrivo forse non sarà stato dei migliori: l’atterraggio previsto per le otto di sera, come dicevo, è stato leggermente posticipato, ma nulla di troppo disturbante. Abbiamo poi preso il BART direttamente dal terminal fino a centro città (linea gialla, circa mezz’ora di transito al costo di $17,90 con anche il ritorno incluso) scendendo alla stazione di Powell Street, dove la presenza di diversi senzatetto che premevano per le elemosine ha spinto Lorenzo ad avventurarsi verso l’hotel a piedi senza darmi tempo di orientarmi o almeno chiedere a qualcuno del punto taxi più vicino. Cosa si dice di San Francisco? Che è una città ventosa, sì, e poi? Esatto: che è un continuo saliscendi! E ovviamente il nostro hotel, Nob Hill Inn, non poteva che essere in cima a una delle colline più alte della città… cosa che sapevamo, avevamo semplicemente sottovalutato QUANTO le strade di San Francisco potessero essere in pendenza. Questo è uno di quegli aneddoti sul nostro coast-to-coast che mi diverte sempre raccontare agli amici, perché uno dopo anni e anni di viaggi qua e là può anche pensare di saperne una più del diavolo e di avere sempre tutto sotto controllo, ma ci vuole un attimo perché una scelta sbagliata presa di punto in bianco ti faccia passare la successiva ventina di minuti a spingere un grosso trolley in salita maledicendo il tuo ragazzo a ogni incrocio ma allo stesso tempo con le lacrime agli occhi dalle risate perché era semplicemente TROPPO: troppo assurdo e troppo, ma davvero troppo ripido!!! Da non provare per gli asmatici ma senz’altro (senza valigioni al seguito) una scalata delle colline di San Francisco è una di quelle esperienze che non si dimenticano!
All’arrivo in hotel stesso problema di Boston con le carte, e per fortuna anche qui incontriamo la cortesia della signora alla reception, che accetta il pagamento della sola prima notte in contanti e il restante il giorno successivo dopo aver prelevato (una cosa che di certo non si può negare a questo piccolo alberghetto è la cordialità dello staff: sono lo zucchero fatto persona, ci hanno fatti sentire a casa per tutto il tempo e appena arrivati ci hanno fornito una mappa della città indicandoci anche i posti da non perdere assolutamente e le zone invece che raccomandano di evitare).
È ora di andarsi a riposare nella nostra cameretta, il giorno dopo inizierà in quarta con il viaggio a bordo di uno dei mezzi di trasporto che più aspettavo di provare: il famoso cable car!

Giorno 1: Lombard Street, Presidio & Golden Gate Bridge, Golden Gate Park, Alamo Square e Civic Center

La nostra prima giornata a San Francisco è stata senz’altro la più piena, sembrava che non potessimo mai esaurire le energie e d’altra parte non volevamo fermarci, perché più andavamo avanti e più c’era da vedere e, calcolando che gran parte della giornata successiva sarebbe stata dedicata ad Alcatraz (senza sapere l’esatto orario di ritorno) mentre l’ultima era in realtà solo una mezza giornata effettiva, volevamo esplorare il più possibile finché le forze ce lo consentivano. Col senno di poi l’organizzazione, anche con i mezzi, è stata tutto sommato buona, la mattina stavamo accusando la fatica fino a circa ora di pranzo, ma nel pomeriggio è filato tutto molto più liscio. Abbiamo iniziato scendendo a piedi Powell Street verso l’incrocio con Market Street, dove si trova la piattaforma di partenza di due delle tre linee storiche di cable car: Powell-Mason e Powell-Hyde. Lungo la strada non abbiamo potuto fare a meno di ammirare Union Square, senz’altro la meta preferita per chi è in cerca di shopping. Noi, dal canto nostro, avevamo come unica necessità quella di procurarci i biglietti per i mezzi di trasporto (abbiamo optato per un Muni Passport per 3 giorni a 31$ l’uno), che abbiamo trovato in un mini-market lungo la via. Giunti alla piattaforma del cable car abbiamo subito scoperto che la gita non sarebbe stata una passeggiata: c’è stata almeno un’ora di fila da fare per salire finalmente su uno di questi storici veicoli trainati da un cavo sotterraneo su e giù per le ripide colline di San Francisco! Alla fine siamo riusciti a salire su una carrozza della Powell-Hyde, decisamente quella che serviva a noi visto che come prima tappa volevamo raggiungere la “strada più curvilinea al mondo”. La fermata di questa linea di cable car si trova proprio nella parte alta di Lombard Street, da cui poi siamo scesi seguendo le strette curve adornate da fiori dai colori vivaci e facciate altrettanto colorate delle case su entrambi i lati, concedendoci foto di tanto in tanto e uno scatto finale una volta giunti in fondo. Lasciata alle spalle questa stradina “da record”, proseguiamo a piedi verso Columbus Avenue (simpatica perché il quartiere di North Beach ha una nutrita comunità di italiani come residenti e in alcuni angoli di questa lunga strada è possibile leggere l’insegna in italiano “Corso Colombo”) da cui prendiamo il bus 30 in direzione Marina e Presidio, ex-avamposto spagnolo e ora parco nazionale. Poco prima dell’ingresso del Presidio ci fermiamo a passeggiare tra i verdi giardini che circondano l’imponente Palace of Fine Arts, un meraviglioso complesso in stile neoclassico creato originariamente per un’esposizione nel 1915 ma sopravvissuto in seguito grazie a una raccolta fondi degli stessi cittadini, che hanno fatto rinforzare le strutture originariamente temporanee con del cemento armato così da far tornare il tutto all’iniziale splendore e renderlo una costruzione permanente in questo placido angolo della città.

Sarebbe stato interessante visitare anche l’Exploratorium Museum in questo stesso comprensorio, ma la fame comincia a divorarci (tra la sveglia non proprio all’alba, l’estenuante fila per salire sul cable car e un bel po’ di camminata la mattina ci aveva un po’ provati, diciamo) e decidiamo quindi di ritornare nel reticolato stradale a sud di Marina Blvd. e cercare un ristorantino che soddisfi i nostri gusti. Alla fine optiamo per un bel piatto di carne ristoratore, dopodiché ci rimettiamo in marcia decisi a non lasciare che qualche intoppo mattutino abbia effetto anche sul pomeriggio, e raggiungiamo direttamente il capo opposto del Presidio via autobus, scendendo al capolinea proprio a due passi dal Golden Gate Bridge. Qui le opzioni sarebbero state due, che propongo anche qui in base ai gusti personali: affittare una bici e attraversare il ponte, fare un giro nei piccoli paesini sulla sponda opposta e tornare indietro sempre via bici o via traghetto (un ragazzo che abbiamo incontrato più tardi quel giorno sul cable car California ci aveva parlato di questa possibilità), che noi personalmente non abbiamo sfruttato in questo frangente ma che sembra assolutamente ottimale e che terremo certamente in considerazione qualora dovessimo tornare in futuro; oppure sfruttare un bus diretto a sud in direzione Golden Gate Park, per passare un sonnacchioso pomeriggio in uno dei più grandi parchi urbani al mondo… perfino più esteso del Central Park, con i suoi oltre 4km2 contro i meno di 3,5km2 del parco newyorkese! Optiamo per questa seconda opzione perché il vento si è alzato notevolmente e ci scoraggia un po’ l’idea dell’attraversamento del ponte, con la promessa però che sia solo rimandato… spoiler alert: così non sarà. Ogni lasciata è persa e purtroppo non avremo tempo e soprattutto energie di dedicarci a questa avventura in un secondo momento. Sono però felice di aver incluso la visita al parco e avergli dedicato il tempo che merita perché è davvero variegato, ci sono attività e attrazioni per tutti i gusti all’interno.

Noi scendiamo al termine della Cross Over Drive, sul lato sud del parco, ed entriamo percorrendo Martin Luther King Jr Drive fino allo Stow Lake, intorno a cui passeggiamo godendoci il sole pomeridiano e la vista di persone in pedalò e del caratteristico gazebo cinese sull’isolotto centrale. Proseguiamo verso il Japanese Tea Garden, individuabile anche dall’esterno grazie all’alta pagoda e arriviamo infine al centro del parco su cui si affacciano il de Young Museum e la California Academy of Sciences. Usciamo dal lato nord del parco, su Fulton Street, e prendiamo un autobus in direzione oceano per avvicinarci quanto più possibile a un’altra zona del parco che eravamo molto curiosi di esplorare, ovvero il Bison Paddock, il recinto dei bisonti: davvero impressionante!
Il parco è davvero una destinazione adatta a tutti i gusti, con molti più giorni a disposizione ci si potrebbero passare interi pomeriggi e comunque non annoiarsi. Sempre da Fulton Street riprendiamo un bus che ci porti nuovamente verso il centro, ma mappa alla mano mi rendo conto che la zona di Alamo Square sarebbe quasi di strada e quindi, ancora una volta, l’hotel e il meritato riposo possono aspettare: scendiamo dall’autobus e ci avventuriamo nuovamente in salita fino a questo parco circondato dalle caratteristiche case con le facciate color pastello, tra cui spiccano le famose Painted Ladies, le sei case in stile vittoriano poste una di seguito all’altra lungo Steiner Street, fotografatissime anche per via dello sfondo dei grattacieli del Financial District ben visibili grazie alla notevole elevazione di questa collina. Da qui al sottostante Civic Center il passo è breve, pochi minuti su un altro autobus ed eccoci a percorrere la strada adiacente l’imponente palazzo del City Hall, con la sua notevole cupola. Qui nonostante la stanchezza vi consiglierei, al contrario di quanto ho fatto io, di non stare solo a naso in su mentre camminate, perché il quartiere è senz’altro affascinante a livello estetico ma ha sicuramente qualche problema, visto che più tardi Lorenzo mi ha fatto notare di aver schivato per poco e per puro caso una siringa sul marciapiede.
La nostra lunga camminata ci riporta su Market Street, dove sarà questa volta un tram (linea F) ad abbreviarci il percorso, lasciandoci direttamente alla stazione Embarcadero, a due passi dalla partenza della terza linea storica di cable car: la già menzionata California. È nei pochi minuti a bordo di questo cable car che parte la conversazione amichevole con gli altri passeggeri che, come noi, hanno scelto di accomodarsi all’interno (la mattina non abbiamo potuto fare a meno di provare il caratteristico posto in piedi sul gradino esterno aggrappandosi al palo, ma adesso l’aria si era decisamente rinfrescata) e abbiamo, tra le altre cose, la “soffiata” sul bike rental che include un ritorno in ferry dopo aver attraversato il Golden Gate Bridge. Scendiamo a due passi dalla meravigliosa Grace Cathedral, che a sua volta è a solo un isolato e poco più dal nostro hotel. Ci accorgiamo di essere stremati solo quando riusciamo finalmente a stenderci un po’!

Giorno 2: Alcatraz, Fishermans Wharf e Pier 39

La seconda giornata a San Francisco è quasi tutta incentrata sulla parte settentrionale della città, lungo le sponde della baia, inclusa ovviamente una tappa per noi attesissima: la visita all’ex-carcere più famoso al mondo, Alcatraz. Un consiglio che mi era stato dato pre-partenza, e che rigiro quindi qui perché assolutamente fondamentale, è stato quello di procurarsi i biglietti con notevole anticipo, perché trattandosi giustamente di uno dei punti più visitati di tutta la città, se non addirittura dell’intera Bay Area, la fila per imbarcarsi verso “The Rock” avrebbe potuto essere considerevole, e ospitando l’isolotto solo un numero contato di persone nelle varie fasce orarie è chiaro che a ridosso della data in cui si vuole andare non è detto che siano ancora disponibili biglietti per imbarcarsi.

Noi abbiamo fatto così, prenotando con diverse settimane di anticipo direttamente dal sito ufficiale, selezionando già l’orario a cui eravamo interessati a partire (tenendo ovviamente tutte le dita incrociate nella speranza che il tempo fosse dalla nostra parte e per fortuna così è stato) e ci siamo trovati molto bene: la mattina ci siamo diretti al Pier 33 con circa mezz’ora d’anticipo rispetto alla partenza (prevista per le 9:30) per l’imbarco, ci siamo messi in fila con gli altri della nostra stessa fascia oraria e in perfetto orario eravamo in viaggio sul traghetto della Alcatraz Cruises. All’arrivo sull’isola siamo stati accolti dai ranger che ci hanno indicato tutte le strutture di interesse, dove procurarci le audioguide, come partecipare al tour guidato qualora lo volessimo e molto altro. Noi abbiamo optato per visitare il penitenziario al nostro passo, abbiamo quindi acquistato la guida cartacea al prezzo simbolico di 1$ all’accoglienza e ci siamo diretti verso l’ingresso vero e proprio del carcere per ritirare le audioguide comprese nel prezzo, fermandoci lungo la strada in salita più volte per leggere aneddoti e curiosità relative agli altri edifici secondari disseminati lungo il percorso, come ad esempio la Cappella Militare, la Casa del Direttore, il Faro e i giardini. La visita vera e propria dei blocchi carcerari è diretta dalle indicazioni nelle audioguide, che ho trovato molto ben fatte anche grazie a particolarità come il far intervenire, raccontando le loro esperienze personali, anche guardie e detenuti che hanno realmente passato parte delle loro vite sull’isola. Vorrei approfondire le mie impressioni sulla visita e ovviamente sui passi precedenti (prenotazioni, costi e quant’altro) in un articolo apposito perché penso che meriti davvero, è stata un’esperienza che ha colpito molto entrambi, davvero ben strutturata e accattivante, un ottimo modo per far volare mezza giornata senza quasi neanche rendersene conto.

Metà giornata vola infatti così, prima di rientrare sulla terra ferma praticamente a ora di pranzo, e per mangiare decidiamo di spostarci verso un altro celebre molo di San Francisco: il Pier 39. Si tratta di uno dei molti moli stretti e lunghi che caratterizzano questa parte del porto, con la differenza che il molo 39 veniva originariamente utilizzato per il carico-scarico merci, finché il sempre più diffuso utilizzo di gru e container sempre più pesanti e ingombranti per i trasporti non hanno costretto a spostarsi verso spazi più appropriati. Ma il molo non è stato semplicemente abbandonato alla sua sorte, è stato invece trasformato nella “wonderland” che è adesso: un trionfo di colori, intrattenimento, negozi e ristoranti per tutti i gusti. Ci siamo seduti a gustare un piatto ovviamente a base di pesce, poi abbiamo proseguito la passeggiata verso la punta estrema del molo, facendo su e giù per le varie passerelle e passaggi sopraelevati situati qua e là lungo la strada. Il motivo per cui volevamo giungere fino alla fine è però diverso dal semplice impulso allo shopping, ed è un’altra delle attrattive principali per chi viene fino a qui: i leoni marini! Questi grossi pinnipedi dall’aria pacifica e giocosa hanno cominciato ad occupare il Dock K alla fine degli anni ’80, dopo un forte terremoto che ha colpito anche la città di San Francisco, e da allora la loro “popolazione” non ha fatto che aumentare, tanto che oggi se ne possono trovare anche a centinaia a seconda delle stagioni (con un record di oltre 1700 a novembre 2009, mi rivela il depliant preso in loco!), e laddove inizialmente il molo si era dimostrato un ottimo “rifugio” dai predatori e un ambiente tutto sommato ideale per l’approvvigionamento di cibo solo per determinati periodi, ora questo spazio si può considerare a diritto la loro seconda casa. È possibile iniziare a sentire i loro “latrati” sopra il mormorio dei passanti del Pier 39 già diversi metri prima di girare l’angolo e dirigersi in vista delle piattaforme che li ospitano: davvero uno spettacolo!
La grande varietà di offerta del molo, inclusi rivenditori di perle, negozi di souvenir e gadget legati ad Alcatraz e l’immancabile ristorante della catena Bubba Gump, potrebbe tenere virtualmente impegnati i sensi per ore ed ore, con noi ci è quasi riuscito se non fosse che eravamo curiosi di vedere di più del quartiere di Fishermans Wharf, che si estende per altri due o tre isolati verso l’interno a partire da Embarcadero, la strada che costeggia i moli (percorsa tra gli altri dalla linea F, da noi già provata il giorno prima e altra particolarità della città in quanto percorsa da tram storici donati da diverse città del mondo: noi, tra gli altri, ne abbiamo visti uno proveniente da Washington D.C. e un altro perfino da Milano). Proseguiamo in direzione del Pier 45, che interesserà gli appassionati di storia in quanto ospita il sottomarino U.S.S. Pampanito, in servizio durante la Seconda Guerra Mondiale, e l’ultima nave ancora esistente ad aver partecipato al D-Day (ora completamente restaurata): la S.S. Jeremiah O’Brien.
La zona di Fishermans Wharf è stata decisamente una delle mie preferite della città, così vivace e piena di locali. I più golosi (inclusa io stessa) non mancheranno poi di notare Ghirardelli Square, quasi ai confini con Fort Mason, una piazza denominata come la famosa fabbrica di cioccolata Ghirardelli che un tempo dominava la zona, ora riadattata a “centro commerciale” con diversi esercizi (incluso ovviamente l’omonimo negozio!). Un’eccellenza statunitense che viene dall’Italia, nonostante il fondatore Domenico Ghirardelli si facesse chiamare “Domingo”, confondendo quindi un po’ le acque… ironia della sorte, è praticamente impossibile trovare questa marca di cioccolato da noi, ma in America è una catena molto popolare, nata proprio a San Francisco, che ne ha onorato la storia rendendo l’ex-fabbrica questo delizioso angolo di ristoro.

Ci eravamo indirizzati in questa direzione anche perché dal parco poco lontano da Ghirardelli Square c’è la piattaforma rotante capolinea della linea Powell-Hyde, che volevamo prendere per tornare nella nostra zona, ma vedendo la fila immensa decidiamo di provare un’alternativa: prendere Columbus Avenue per avvicinarci al capolinea dell’altra linea che ci avvicinerebbe all’hotel, ovvero Powell-Mason, in partenza dall’incrocio tra Taylor e Bay St. Dopo aver provato tutte e tre le linee storiche di cable car mi sento di dare un consiglio a chiunque desideri non farsi mancare questa esperienza ma allo stesso tempo non voglia passare gran parte del proprio tempo prezioso in fila: la linea California, che scala Nob Hill seguendo un percorso interamente rettilineo lungo California Street, collegando la stazione Embarcadero con l’incrocio con Van Ness Avenue, è decisamente la meno battuta delle tre, quindi se ciò che conta di più per voi è l’esperienza in sé vi direi di andare all’incrocio tra California e Davis St. e salire su questa, andando a osservare la caratteristica rotazione sulle piattaforme delle altre due linee solo per curiosità ma senza mettersi in fila. Se invece proprio volete salire a bordo anche di una delle altre due, che hanno in più questa particolare rotazione di 360° fatta a mano dagli stessi guidatori una volta giunti a capolinea, vi consiglierei proprio il capolinea settentrionale della Powell-Mason, semplicemente perché quello della Powell-Hyde, trovandosi a vista dalla via Embarcadero mentre si passeggia lungo i moli, rischia di raccogliere anche turisti curiosi che non si sarebbero trovati lì non fosse stato per caso, e idem per il capolinea di Powell Street che, essendo in comune tra le due linee e posizionato proprio sulla trafficata Market Street, è decisamente il più caotico e quello in cui al 90%, a seconda degli orari, vi troverete ad aspettare di più in fila. L’incrocio tra Taylor e Bay St., a cui si giunge facilmente anche dal centro/quartiere finanziario senza passare internamente con linee tra cui la già menzionata storica F e camminando poi per pochi minuti, è decisamente più “raccolto” e ci permette di salire a bordo di un cable car quasi deserto a quest’ora del pomeriggio, riuscendoci anche a fare qualche bella foto interna ed esterna prima della partenza senza spintonarci con la bolgia che avremmo invece trovato altrove.
È ormai quella che io definirei scientificamente “ora di merenda”, ovvero ideale per percorrere Powell Street in discesa verso un carinissimo diner dove ci siamo concessi un sundae che credo di dover ancora digerire, visto quant’era abbondante: delizioso modo di concludere un’altra giornata di esplorazione! La stanchezza ci fa poi ritirare in albergo fino a ora di cena (per cui, vista la quantità di gelato consumata solo poche ore prima, ripieghiamo su una semplice insalatina preconfezionata acquistata al mini-market).

Giorno 3: Ferry Building, Embarcadero, Museo dei cable car e partenza

Una volta fatte le valigie e aver chiesto all’hotel di tenercele in deposito fino a dopo pranzo, siamo liberi di passeggiare ancora qualche ora nelle zone più vicine al nostro hotel, che avevamo proprio per questo lasciato all’ultimissimo giorno. Ci dirigiamo verso il Ferry Building, al termine di Market Street: l’edificio di fine Ottocento, originariamente adibito al transito di merci e persone in arrivo in città via mare o treno, è stato rivalutato nel 2003 grazie a un progetto di ristrutturazione (all’interno è possibile vedere delle foto impressionanti della radicale trasformazione subita qualche anno fa) che l’ha reso un vivace mercato indoor, in cui è piacevole farsi una passeggiata tra le varie bancarelle che espongono prodotti tipici enogastronomici e molto altro. Noi ci siamo diretti qui come prima cosa la mattina perché, non avendo la colazione inclusa nella tariffa dell’albergo, eravamo in cerca di un bar, ci siamo quindi accomodati in una caffetteria vista mare e ci siamo gustati un buon caffellatte più dolcetto prima di metterci a girovagare per gli interni del Ferry Building. Sul lato opposto della piazza antistante l’edificio si trova Justin Herman Plaza, decisamente meno popolata degli altri giorni (forse perché è una domenica mattina e il vicino Embarcadero Center, sede di numerosi negozi e uffici, è chiuso) e quindi particolarmente piacevole per noi per sederci a rilassarci alla vista del Ferry Building di fronte e di uno degli alti piloni del Bay Bridge poco distante sulla destra. Non ci siamo avventurati di nuovo in salita verso il centro del Financial District perché, anche se non era la destinazione contemplata, nell’arco dei pochi giorni di permanenza abbiamo avuto modo di attraversare quella zona diverse volte e di osservare quindi la famosa Transamerica Pyramid (probabilmente il grattacielo più rappresentativo di San Francisco sebbene aspramente criticato appena eretto… e d’altronde non può dirsi lo stesso di qualunque nuova ed insolita aggiunta nel familiare skyline di praticamente qualunque città?) e gli altri grattacieli del quartiere da diverse angolazioni, la migliore senz’altro quella da North Beach e Fishermans Wharf, da cui la piramide è perfettamente visibile in lontananza così come anche la Coit Tower, altra famosa costruzione situata in cima a un’altra delle colline cittadine. Da qui decidiamo quindi di spostarci di nuovo verso nord, ancora una volta costeggiando la baia a bordo di un tram storico della linea F, e di raggiungere di nuovo il Pier 39 per qualche fugace acquisto, poi torniamo verso Nob Hill a bordo di un cable car fermandoci all’incrocio tra Washington e Mason St., in cui svetta la sede del museo che ci racconterà la storia di questi curiosi mezzi di trasporto, come funzionano e chi ha avuto l’idea di sfruttare la forza di traino di resistenti cavi sotterranei per far viaggiare queste carrozze da un lato all’altro delle ripidissime colline di San Francisco. L’interno dell’edificio è ancora invaso dal rombo creato dal rullo delle enormi ruote che tutt’oggi sono il motore delle tre linee ancora in funzione, visibili al centro del museo e che fanno davvero meravigliare per l’ingegno che c’è stato dietro a una soluzione così innovativa per i tempi e che ci ha regalato oggi una delle attrattive più gettonate dai visitatori in questa città.

È ora di pranzo, quindi ci fermiamo a mangiare qualcosa in un ristorante vicino all’albergo per poi ritirare i bagagli e scendere alla più vicina fermata del BART, per prendere un treno in direzione aeroporto. Nonostante il pranzo ritardato e l’essercela presa comoda con il viaggio, arriviamo con notevole anticipo rispetto al nostro volo, in partenza intorno alle sette, ma ricordavamo che all’atterraggio il terminal che ospita arrivi e partenze della Virgin America (compagnia che abbiamo scelto anche per il prossimo trasferimento) ci era sembrato abbastanza variegato, al contrario dello stesso all’aeroporto di Boston, quindi il tempo ci passa tranquillamente e, anzi, un paio d’orette di stasi non ci fanno che bene per recuperare le forze perse già dal primo giorno in questa bellissima città, quando ogni “questo e poi torniamo in hotel” si trasformava puntualmente in un’ennesima tappa di passaggio.

Abbiamo lasciato fuori diverse aree di San Francisco (alcune per scarsa voglia, la maggior parte per forza), ma siamo rimasti entrambi così piacevolmente sorpresi da questa tappa del nostro coast-to-coast che sono quasi felice, perché quello che ci vuole è proprio una scusa per far rientrare la “City by the Bay” nell’itinerario di un futuro nuovo viaggio. Molti la definiscono una città della East Coast trapiantata nella West Coast… chiamatela come volete, l’atmosfera unica nel suo genere di San Francisco è effettivamente reale e palpabile ovunque, e la rende una meta a mio parere indimenticabile.

Siamo di poco oltre metà delle nostre tre settimane in giro per gli States, e ad accoglierci al nostro atterraggio ci sarà nientemeno che la cosiddetta “città del peccato”: Las Vegas, baby!

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